La cura del mondo con Matteo Lorito

Giovedì 15 febbraio 2018, al Centro Congressi federiciano di via Partenope 36, per il ciclo di incontri “Come alla Corte di Federico II – ovvero parlando e riparlando di scienza, il Direttore del Corriere del MezzogiornoVincenzo D’Errico, intervisterà Matteo Lorito, professore di Patologia vegetale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II sul tema “Nutrire il pianeta“.

L’incontro già previsto alle ore 20.30, per motivi organizzativi, è anticipato alle ore 17.30.

Matteo Lorito è professore ordinario di Patologia Vegetale e di Biotecnologie Fitopatologiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e Direttore del Dipartimento di Agraria. Laureato in Biologia presso l’Università degli Studi di Siena, è stato borsista CNR e poi ricercatore associato presso il College of Agriculture and Life Sciences della Cornell University in USA. E’ associato all’Istituto CNR per la Protezione delle Piante. È stato, tra altre numerosi incarichi e nomine, membro di una commissione consultiva della Presidenza USA sul tema della food security, delegato scientifico UNIDO (United Nations Industrial Development Organization) per progetti in Centro America.
Il cibo è energia, salute, piacere, scienza, tecnologia, economia, cultura, tradizione, arte. Come soddisfare 10 miliardi di Homo sapiens senza avvelenare il pianeta e noi stessi?

Scrive il professore Lorito:

Il tema è talmente complesso e ricco di implicazioni dall’aver costituito il focus dell’EXPO 2015. Qui tratteremo brevemente solo l’aspetto della produzione primaria che ha visto la specie umana fare grandi progressi, passando dall’addomesticazione dei cereali iniziata circa 11-12000 anni fa nella cosiddetta “mezzaluna fertile” con quella che è stata definita la rivoluzione agricola del neolitico, fino ad arrivare agli attuali livelli di produzione che alimentano la GDO (grande distribuzione organizzata). Con l’aumento della popolazione mondiale verificatosi negli ultimi anni, nuovi problemi sono emersi prepotentemente e nuove sfide da affrontare si sono delineate. Per la prima volta nella storia dell’umanità siamo costretti ad abbandonare la convinzione che rispetto ai nostri fabbisogni le risorse naturali siano talmente abbondanti da non rappresentare un limite. In realtà, c’è bisogno di produrre di più per far fronte ai crescenti fabbisogni delle popolazioni e c’è la necessità di ridurre la forbice alimentare tra quanto consumano (e sprecano) le popolazioni economicamente più ricche e le giuste aspettative di quelle nei paesi in via di sviluppo, che non si accontentano più di un semplice apporto calorico ma chiedono cibo di qualità e con maggiori costi di risorse ambientali. La “rivoluzione verde” degli anni ‘60, con una combinazione quasi irripetibile di innovazioni genetiche (nuove varietà di riso e grano altamente produttive) e chimiche (nuovi agrofarmaci e fertilizzanti di sintesi a basso costo) che hanno consentito di moltiplicare le rese in pochissimi anni, ha dato una forte risposta ai problemi suddetti, sollevando centinaia di milioni di persone da uno stato di malnutrizione, e conseguentemente dalla disoccupazione e dall’analfabetismo. Ma la “rivoluzione verde”, ridefinita poi “rivoluzione chimica”, ha avuto dei costi molto alti. I circa 2,5 miliardi di kg di pesticidi utilizzati a livello globale ogni anno, per non parlare dei fertilizzanti sintetici, hanno prodotto grandi benefici, grande abbondanza e varietà di cibo, almeno in alcune aree, ma contaminazioni estese a tutto l’ecosistema e una sorta di avvelenamento cronico a basse dosi per ampie porzioni della popolazione umana e animale. La conseguente perdita dei “servizi ecosistemici” (le funzioni naturali che sostengono lo sviluppo umano,  come ad esempio il ciclo dei nutrienti, la fertilità del suolo, l’assorbimento e degradazione degli inquinanti, la soppressione dei patogeni, la depurazione delle acque, l’ impollinazione, ecc.) mette in dubbio la sostenibilità dell’attuale produzione primaria. Peraltro gli effetti negativi sull’ecosistema interagiscono con i cambiamenti climatici, a loro volta sostenuti dall’agroindustria (es. riduzione dell’ozono atmosferico dovuto all’allevamento animale ed alle risaie). Da ciò la dipendenza dall’input chimico per fertilizzare suoli sempre più “sterili” e per proteggere i raccolti da patogeni sempre più aggressivi e resistenti. Eppure, nonostante l’utilizzo di massicce quantità di agrofarmaci, le perdite di prodotto a livello globale ancora si aggirano mediamente tra il 30 e 40% della resa potenziale, mentre la FAO calcola che la produzione deve crescere almeno del 60% nei prossimi 30 anni per evitare fenomeni macroscopici di insicurezza alimentare. Tuttavia, le soluzioni, almeno in prospettiva, si vanno delineando.  Esse derivano da una maggiore consapevolezza dei costi ambientali unita ad una straordinaria evoluzione tecnologica e culturale, che interessa la genetica, l’agronomia, la chimica verde, l’economia del settore agroalimentare, le tecnologie alimentari, ma anche la cultura del cibo e la valorizzazione delle sue proprietà salutistiche. L’attesa “seconda rivoluzione verde” si basa sul concetto che nutrire il pianeta non significa solo nutrire i suoi abitanti ma anche tutelare e rigenerare i suoi ecosistemi. La “farm of the future” sarà costituita da aree produttive in continua rotazione colturale, frequentemente intervallate da aree a verde che assicurano le funzioni naturali necessarie. La meccanizzazione sarà in buona parte automatizzata e “di precisione”, collegata in rete con centri di gestione dati (climatici, satellitari, da sensori e biosensori ambientali, dal mercato della filiera produttiva, ecc.) che, sulla base di modelli previsionali, attivano interventi a livello territoriale piuttosto che di singola azienda, utilizzando, ad esempio, bassissime dosi di agrofarmaci e una varietà di trattamenti biologici per nutrire e mantenere le funzioni ecosistemiche. L’uso della risorsa idrica sarà strettamente controllato, pianificato e reso molto più efficiente, anche alla luce dei cambiamenti climatici. Varietà vegetali più adattate alle singole aree pedoclimatiche saranno recuperate o sviluppate.  I nostri canali di approvvigionamento saranno sempre più differenziati, con la promozione del Direct Food, dove aziende e consumatori interagiscono direttamente senza il filtro della GDO. Sarà una fase di grandi opportunità economiche soprattutto per un paese come l’Italia, caratterizzato da una grande biodiversità alimentare e produttiva, che dovrà puntare sulla qualità e il valore enogastronomico. La Federico II sta dando il suo contributo alla nuova agricoltura sia in termini di ricerca traslazionale, sia di percorsi formativi disegnati per il futuro dell’agroindustria.

Matteo Lorito - Professore di Patologia Vegetale
Università degli Studi di Napoli Federico II

www.f2cultura.unina.it