Cent’anni di solitudine, cinquant’anni dopo.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”

Questo, uno degli incipit più famosi della letteratura del ’900. Gabriel García Márquez, cinquant’anni fa, nel 1967, ha composto un’opera che è un capolavoro.

Probabilmente questa storia, che di storie ne include un numero che vuol tendere all’infinito, fu ispirata a quelle che raccontava sua nonna, nella grande casa dove Gabo crebbe.

Siamo a Macondo, un’immaginaria cittadina ancora da fondare, in una verosimile Colombia del XIX secolo. José Arcadio Buendía, l’uomo da cui la storia comincia, è il patriarca di quella che sarà una famiglia di sette generazioni, piena di Josè Arcadio e di Aureliano. I caratteri e le inclinazioni spesso verranno ereditati insieme al nome, a volte se li scambieranno, l’unica costante la sorpresa.

La guerra, gli intrighi familiari, il rapporto con il mondo esterno, la magia, l’avventura; tutto porta ad un’unica scoraggiante visione della condizione umana, quella richiamata senza manierismi dal titolo: la solitudine.

Marquèz sembra non curarsi di ciò che pensa il lettore, persino quanto coglie della narrazione sembra essere irrilevante. Lui va dritto per una strada, se ce la fai lo segui sennò ti lascia indietro senza apprensione. Un uso pittorico della lingua e uno stile di pensiero assolutamente unico. Una storia senza consolazione, che tuttavia stupisce per l’ingenuo ottimismo dei suoi colori.

Cla. Guc.